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Allarme arsenico: l’Europa alza i muri, il Vietnam corre ai ripari per salvare il suo pesce – L’Europa ha acceso il semaforo rosso sull’arsenico inorganico nei prodotti ittici. E per il Vietnam, secondo fornitore asiatico del mercato UE dopo la Cina, è scattato il conto alla rovescia.
Dal prossimo luglio, l’Unione Europea applicherà nuovi e rigidi limiti ai livelli massimi di residui (LMR) di arsenico inorganico in pesci, crostacei e molluschi importati. Una stretta storica, mai così definita prima, che minaccia di stravolgere gli equilibri commerciali. Il Vietnam non vuole farsi trovare impreparato e ha avviato un piano nazionale d’emergenza per mettere in sicurezza la sua filiera.
Anche se negli ultimi cinque anni non sono state rilevate contaminazioni nei frutti di mare esportati, la Direzione della pesca vietnamita ha rafforzato controlli ambientali, monitoraggi sui sedimenti e test a tappeto sulla qualità dell’acqua negli allevamenti. L’arsenico inorganico, infatti, è subdolo: non sempre si manifesta nella fase di trasformazione, ma può essere presente nel ciclo dell’acquacoltura attraverso l’inquinamento delle falde, i fertilizzanti agricoli, gli scarichi industriali o fenomeni naturali di lisciviazione.
In parallelo, le imprese stanno investendo in tecnologie analitiche di nuova generazione, rafforzando i laboratori di controllo qualità e aggiornando i protocolli di sicurezza alimentare. La parola d’ordine è una sola: conformità. Perché da essa dipende la sopravvivenza di un settore che, nel 2024, ha generato oltre 10 miliardi di dollari, di cui un miliardo solo dall’export verso l’UE.
La nuova regolamentazione europea stabilisce soglie tra 0,05 e 1,5 ppm, calcolate sul peso umido del prodotto. Le regole si applicano anche ai pesci interi, ai crostacei come i granchi e ai molluschi bivalvi, comprese le capesante. Si tratta di una vera e propria rivoluzione normativa: prima d’ora, l’UE non aveva fissato limiti specifici per l’arsenico inorganico nei prodotti ittici.
Bruxelles punta alla tutela della salute pubblica. Hanoi, invece, punta a difendere la propria reputazione e a blindare gli accordi commerciali faticosamente conquistati. E con l’EVFTA – l’accordo di libero scambio tra Vietnam e Unione Europea – che promette di far crescere l’export ittico vietnamita del 2% annuo fino al 2030, la posta in gioco è troppo alta per rischiare.
Oggi, quelle vietnamite rappresentano, il 3,7% delle importazioni UE: una quota significativa, ma fragile, in un mercato che si muove sempre più su binari di qualità e trasparenza. Il Vietnam lo sa, e gioca d’anticipo.
Mentre in Europa si alzano i muri normativi, il settore ittico vietnamita stringe i bulloni. Perché perdere l’accesso al mercato europeo significa molto più che un crollo dell’export: significa uscire dal radar della competitività globale.
Allarme arsenico: l’Europa alza i muri, il Vietnam corre ai ripari per salvare il suo pesce
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