Categoria: Pesce In Rete Pagina 5 di 989

Findus conquista il premio Eletto Prodotto dell’Anno 2025

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Findus conquista il premio Eletto Prodotto dell’Anno 2025 – Findus si conferma ancora una volta leader nell’innovazione, conquistando il prestigioso riconoscimento Eletto Prodotto dell’Anno 2025 nella categoria Pesce Surgelato con la sua gamma premium “Tentazioni di Gusto“, una nuova linea di prodotti a base di frutti di mare e crostacei certificati ASC che offrono un’esperienza di gusto e croccantezza unica. Una vittoria che premia l’impegno costante di Findus non solo nella ricerca del gusto e della qualità, ma anche nella selezione di materie prime certificate.

Il mercato del seafood surgelato in Italia rappresenta una fetta significativa del settore, con un valore di 500 milioni di euro nel 2024, pari al 37% del mercato dell’ittico surgelato[1]. In questo scenario, la linea “Tentazioni di Gusto” è stata sviluppata per fornire un’esperienza di gusto unica e sofisticata, perfetta per chi desidera un pasto speciale, sia in famiglia che con gli amici. La gamma include tre speciali referenze: Mazzancolle in Pastella al prezzemolo e limone, Mazzancolle al Gratin con zucchine e timo e Cozze al Gratin con patate e pomodori.

Tutta la gamma “Tentazioni di Gusto” riporta il marchio di acquacoltura responsabile ASC, che garantisce al consumatore che il prodotto ittico provenga da un allevamento certificato secondo lo Standard di Aquaculture Stewardship CouncilASC, un’organizzazione internazionale indipendente senza scopo di lucro che stabilisce requisiti rigorosi per l’acquacoltura responsabile, definendo criteri ambientali, sociali e di benessere animale che devono essere soddisfatti per ottenere la certificazione. A tal proposito, Findus ha recentemente annunciato il raggiungimento del 100% di prodotti ittici certificati provenienti da pesca sostenibile certificata MSC o da acquacoltura responsabile ASC, consolidando così il suo ruolo di leader di mercato nel segmento del surgelato ittico – con circa 20 mila tonnellate di prodotto, che equivale al 20% del comparto, per un valore totale di 290 milioni di euro[2] – e punto di riferimento nella sostenibilità ittica e nella protezione dei mari, oceani e delle specie che li abitano.

“È una grande soddisfazione per noi di Findus ricevere questo importante riconoscimento, che premia il nostro impegno costante nella ricerca della qualità e dell’innovazione, per portare
sulla tavola dei nostri consumatori prodotti certificati di qualità, con un gusto unico e delle panature e gratinature sfiziose e differenzianti. – ha dichiarato Manuel Rubini, Cluster Head of Marketing Fish Segment Findus – Da oltre 60 anni siamo apprezzati sul mercato e questa per noi è la conferma più importante, frutto di un lavoro di squadra straordinario e della fiducia che i nostri consumatori ripongono in noi”.

“Eletto Prodotto dell’Anno” è il Premio all’Innovazione conosciuto da oltre 38 anni, presente in oltre 40 Paesi nel mondo e attribuito ai migliori nuovi prodotti e servizi lanciati sul mercato italiano. I prodotti e servizi eletti, scelti attraverso una ricerca di mercato svolta da Circana su 12.000 consumatori italiani, sono riconoscibili per l’inconfondibile logo rosso e bianco.

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Gamberi svizzeri: l’acquacoltura d’alta quota che sfida oceani e pregiudizi

Gamberi svizzeri: l’acquacoltura d’alta quota che sfida oceani e pregiudizi

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Gamberi svizzeri: l’acquacoltura d’alta quota che sfida oceani e pregiudizi – Nel cuore della Svizzera, a Pratteln, esiste un luogo che potrebbe sembrare uscito da un racconto di fantascienza gastronomica: una struttura ad alta tecnologia dove si allevano gamberi d’acqua dolce in modo sostenibile, senza l’ombra di antibiotici o sostanze chimiche. Sì, proprio in una nazione senza sbocco sul mare, a 300 metri sopra il livello dell’oceano. Eppure, qui si produce una delle alternative più pulite e tracciabili ai frutti di mare importati che popolano abitualmente le tavole europee.

L’idea potrebbe sembrare bizzarra: gamberi “alpini” venduti a circa 80 franchi svizzeri al chilo, mentre quelli Black Tiger biologici, congelati e importati, costano quasi il 30% in meno. Ma la differenza non è solo nel prezzo. È una questione di visione.

Eco Prawn Farm rappresenta l’avanguardia dell’acquacoltura chiusa a ricircolo, dove ogni litro d’acqua viene trattato, purificato e reimmesso nel sistema. Qui non ci sono scarichi a mare, zero antibiotici, zero microplastiche e un impatto ambientale pressoché nullo. Le condizioni di allevamento, calibrate al dettaglio, garantiscono benessere animale, un prodotto freschissimo e una qualità che richiama alla memoria i sapori selvatici del passato.

Il paradosso è che, nonostante questi standard elevati, i consumatori svizzeri sembrano ancora esitanti. Secondo la psicologa dei consumi Mirjam Hauser, la causa va cercata nella distanza culturale tra immaginario tradizionale e innovazione tecnologica. Il pescatore sul lago, la mucca nei pascoli, il mercato contadino: sono queste le icone che ispirano fiducia. L’allevamento in vasca ipercontrollata, invece, ancora non seduce.

A complicare il quadro ci pensa anche l’etichettatura alimentare, troppo tecnica e poco narrativa. Quando un consumatore si trova a scegliere tra un gambero “bio del Vietnam” e uno svizzero “a ricircolo”, senza una spiegazione chiara e convincente, il prezzo spesso decide tutto.

Eppure, qualcosa si muove. I ristoratori più attenti stanno iniziando a proporre gamberi e pesci allevati localmente, consapevoli che la scelta di un ingrediente può orientare gusti e coscienze. L’acquacoltura elvetica, che oggi produce circa 1.200 tonnellate di trota e 500 kg di gamberi all’anno, è ancora una nicchia. Ma è una nicchia che guarda lontano, puntando su qualità estrema, rispetto per l’ambiente e tracciabilità assoluta.

Siamo forse di fronte a un nuovo paradigma, dove il prodotto non compete per quantità, ma per coerenza etica? Dove il “chilometro zero” si fa anche “microgrammo zero”? In un mondo stanco di eccessi e opacità, le piccole storie come quella di Eco Prawn Farm potrebbero diventare simboli potenti di una nuova normalità.

Una normalità dove anche in mezzo alle montagne si può allevare il mare.

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Cisint contro il divieto totale di pesca all’anguilla nel Mediterraneo

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Cisint contro il divieto totale di pesca all’anguilla nel Mediterraneo – La Commissione europea vorrebbe impedire ogni tipo di pesca all’anguilla nel Mediterraneo, comprese le forme ricreative e accidentali ed estendendo i divieti persino alle acque dolci, salmastre e lagunari.

Per fermare un’autentica forzatura di competenze e un’assurda serie di obblighi che potrebbero colpire un settore già in crisi, il parlamentare europeo Annamaria Cisint ha presentato alcuni specifici emendamenti che saranno oggetto di compromesso nelle prossime settimane.

La Cisint è infatti relatore ombra per il Gruppo “Patriot for Europe” sulle modifiche al Regolamento 2124 del 2023 relativo alla pesca nel Mar Mediterraneo.

“Ho subito denunciato come le acque interne non possano essere considerate area marina e non rientrino in alcun modo nel mandato assegnato alla Commissione Generale per il Mediterraneo – ha spiegato l’esponente della Lega -. Ho quindi sollecitato la ridefinizione del divieto ma anche la possibilità per gli Stati membri di consentire l’attività ricreativa, per la sola fase gialla, in condizioni rigidamente controllate e per piccole quantità. Se si vuole aiutare fattivamente questa specie vanno piuttosto rimosse le barriere artificiali dai fiumi che ne impediscono la risalita e combattere cormorani e pesci siluro”.

La Cisint ha pure evidenziato come “nell’Atlantico non vigano particolari restrizioni all’anguilla, anzi, ne viene praticata la cattura massiva delle cieche per poi esportarle su scala mondiale”. La Commissione vorrebbe quindi agire forzando ideologicamente la materia senza una preventiva modificazione della Direttiva Habitat o del Regolamento del 2007 sulla tutela dell’anguilla europea.

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Da AIPE il decalogo green sull’EPS

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Da AIPE il decalogo green sull’EPS – La scelta dei materiali destinati a edilizia e imballaggio, due comparti trainanti per l’economia del Paese, può influenzare in modo significativo l’impatto ambientale dei settori.
Da un lato, la Direttiva Case Green mira, infatti, a rendere a emissioni zero entro il 2050 un patrimonio edilizio attualmente responsabile del 36% delle emissioni totali di CO2 e del 40% dei consumi energetici complessivi1, intervenendo anche sulla produzione e smaltimento dei prodotti utilizzati.
Dall’altro lato è appena entrato in vigore il nuovo Regolamento Imballaggi (PPWR), che si propone di ridurre i rifiuti di imballaggio, aumentando le quantità di materiale riciclato.
In uno scenario in cui è in costante aumento anche la sensibilità degli utilizzatori finali per la sostenibilità dei materiali e la disinformazione rappresenta il rischio numero uno a breve termine,2 è fondamentale incentrare le scelte su basi scientifiche e documentate.

In questo contesto, AIPE (Associazione Italiana Polistirene Espanso) – che è in prima linea nel promuovere la sostenibilità dell’EPS, il suo basso impatto ambientale e nel sostenere la green economy favorendo progetti di ricerca e sviluppo, attività di raccolta e riciclo e l’adozione della metodologia LCA (Life Cycle Assessment), regolamentata dalla norma ISO 140403 – precisa i punti di sostenibilità del materiale:

1. Il polistirene espanso sinterizzato (EPS) è costituito al 98% da aria.

2. Solo il 2% è materia di origine organica, quindi l’impatto ambientale dell’EPS è ridotto al 2% del suo peso.

3. È 100% riciclabile all’infinito, essendo un termoplastico. Il polistirene può pertanto essere reimpiegato nel ciclo produttivo per la realizzazione di prodotti destinati all’edilizia e all’imballaggio, settori in cui trova la sua maggiore applicazione. I dati, in questo senso, sono costantemente in crescita: i volumi di EPS riciclato in Italia hanno registrato un balzo del 25% nel triennio 2019-2022, superando le 20mila tonnellate4. Per il successivo periodo 2023-2025 si stima un ulteriore incremento del 15%.

4. È 100% conforme ai CAM edilizia e imballaggio per l’arredo. In Italia, sia il settore dell’edilizia che quello dell’imballaggio immettono sul mercato prodotti con % di EPS riciclato in base ai CAM (Criteri Ambientali Minimi) previsti. Ad esempio, blocchi e lastre per l’isolamento termico di edifici e abitazioni prevedono un contenuto minimo di riciclato del 15% secondo i CAM Edilizia. Analogamente nell’imballaggio, i CAM Arredo – riferimento per l’acquisto di tutti gli oggetti che rientrano nell’arredo delle sedi operative della PA (Pubblica Amministrazione) – richiedono una percentuale di riciclato all’interno degli imballaggi in EPS di almeno il 25%.

5. In quanto monomateriale, l’EPS è più facilmente recuperabile a fine vita e, inoltre, particolarmente versatile e adatto alla progettazione di imballi in ottica di eco-design, come richiesto dal nuovo regolamento imballaggi PPWR; secondo tale normativa, infatti, entro il 2030 tutti gli imballaggi immessi sul mercato dovranno essere progettati per il riciclo.

6. Fa risparmiare un bene prezioso; bastano 6 litri di acqua per produrre 1 kg di EPS; si tratta del valore più basso rispetto ai materiali alternativi utilizzati nel packaging, rendendo l’EPS una scelta efficiente dal punto di vista del consumo idrico. Inoltre, la Water Footprint migliora a seconda della fonte di materie prime impiegate: ad esempio, l’imballaggio in EPS prodotto con materiali riciclati può avere un’impronta idrica inferiore rispetto a quello prodotto con materiali vergini.

7. È leggero da trasportare: essendo composto per il 98% da aria con una bassa densità (peso il cui range va da 15 a 40 kg/m3), l’EPS è estremamente leggero e agevole per la movimentazione.

8. La CO2 emessa per trasportarlo è ridotta: la bassa densità si traduce in costi di trasporto ridotti, minor uso di carburante per i veicoli e minori emissioni di CO2 – quindi in una minore «Carbon Footprint» – rendendo l’EPS una scelta valida dal punto di vista ambientale ed economico.

9. La CO2 ed energia risparmiate nelle sue applicazioni superano di gran lunga quelle necessarie per la sua produzione. Per via del basso apporto di materie prime, del volume che ha, del peso così basso e del processo produttivo ad alta efficienza energetica, la fabbricazione di EPS nel complesso richiede meno energia della produzione di altri materiali utilizzati in edilizia; 2278 MJ/m3 (GER, Gross Energy Requirement) nel caso dell’EPS bianco vergine e 1920 MJ nel caso di EPS con il 90% di riciclato. Inoltre, aumentando lo spessore della lastra isolante, si può arrivare a evitare fino a oltre l’80% di CO2 emessa in 10 anni.

10. Il contenuto di EPS riciclato migliora i principali indicatori ambientali: 54% di riduzione di CO2 con utilizzo del 90% di EPS riciclato e 30% di riduzione di energia con utilizzo del 90% di riciclato; la produzione di EPS bianco vergine comporta mediamente 4,6 kg di emissioni (GWP, Global Warming Potential) per ogni kg di prodotto. Un aumento del riciclo dell’EPS riduce l’impatto ambientale, derivante sia dal suo smaltimento, sia dalla produzione di materiale vergine; si arriva fino a 3,11 kg di CO2 nel caso di EPS con il 90% di riciclato (dai da 5,75 kg di CO2 di emissioni in assenza di riciclato). Contestualmente si riduce anche l’energia necessaria per produrlo (da 130,50 MJ a 95,99).

“I continui investimenti in ricerca e sviluppo, focalizzati su recupero, riciclo e riuso, di questi ultimi anni hanno confermato la centralità e l’insostituibilità dell’EPS nel panorama dei materiali per l’edilizia e l’imballaggio – ha dichiarato Alessandro Augello, Presidente AIPE –. Il regolamento europeo sugli imballaggi (PPWR) e la legislazione italiana sui Criteri Ambientali Minimi (CAM) in edilizia – di cui ci attendiamo un aggiornamento in primavera – rappresentano ulteriori opportunità per migliorare la competitività del polistirene espanso rispetto ad altri materiali con aree di applicabilità similari e per accompagnare l’industria a essere sempre più sostenibile. Diversi passi per allinearsi con le normative e centrare gli obiettivi sul lungo termine sono già stati fatti e su altri AIPE sta lavorando, di concerto con tutta la filiera. Parallelamente, siamo impegnati in un’altra sfida: diffondere la cultura della sostenibilità poggiandola sulle evidenze operative, per contrastare la disinformazione e l’insorgere di preconcetti spinti dall’emotività. Pensiamo che sia il momento di una narrazione differente, basata sui dati, che dimostrano la sostenibilità del materiale e il suo potenziale di contributo all’innovazione del Paese”.

Da AIPE il decalogo green sull’EPS

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La Cina cambia e il settore ittico globale si ridefinisce

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La Cina cambia e il settore ittico globale si ridefinisce – C’è un vuoto che si allarga nel cuore del più grande mercato ittico mondiale, e non è solo una questione di numeri. È un cambiamento strutturale, profondo, che tocca la pancia economica della Cina e si riflette su tutta la filiera globale del pesce. Secondo le stime della Rabobank, entro il 2030 la Cina potrebbe registrare un deficit commerciale ittico da 10 miliardi di dollari. Per un Paese che per decenni è stato tra i principali esportatori mondiali di pesce, si tratta di un’inversione di rotta che lascia il segno.

Le cause di questo squilibrio sono molteplici, ma si intrecciano principalmente con due forze epocali: la trasformazione demografica e la ridefinizione degli equilibri geopolitici. Due fenomeni apparentemente distanti che, combinati, mettono in crisi il motore produttivo di un settore chiave.

Sul fronte demografico, i numeri parlano chiaro. Negli anni ’60 ogni donna cinese metteva al mondo in media sei figli. Oggi il tasso di natalità è crollato a 1,09. Questo si traduce in un progressivo invecchiamento della popolazione: l’età media salirà da 29 anni nel 2000 a 52 anni nel 2050. E la fascia over 60 raggiungerà i 510 milioni di persone, l’equivalente dell’intera popolazione di Europa e Regno Unito.

Questa dinamica riduce drasticamente la forza lavoro disponibile, soprattutto nelle aree rurali dove storicamente si concentrano le attività di pesca e acquacoltura. L’urbanizzazione galoppante – si passerà da 550 milioni a 1,1 miliardi di abitanti nelle città entro il 2050 – aggrava la situazione, creando un vuoto operativo nelle campagne e nei distretti produttivi costieri.

Nel frattempo, però, il consumo di prodotti ittici continua a salire. La popolazione urbana ha gusti più salutisti, il pesce è sempre più richiesto. Le attuali fonti principali – pesca di cattura, allevamento di carpe e molluschi – generano ancora oltre 50 milioni di tonnellate l’anno, ma il loro potenziale si sta assottigliando. L’esaurimento delle risorse e la cronica carenza di manodopera stanno frenando la produzione.

L’allevamento di specie ittiche ad alto valore commerciale potrebbe rappresentare un’alternativa, ma anche qui emergono i limiti. L’affidamento costante a ingredienti come farina di pesce e soia per l’alimentazione degli animali pone un tetto alla crescita sostenibile del comparto.

Ecco perché la Cina si prepara ad assorbire sempre più pesce dall’estero, trasformando da produttore a importatore netto il suo ruolo storico. Questo cambiamento impone però una revisione della mappa commerciale. Dei primi dieci fornitori di prodotti ittici, solo la Russia è allineata con l’asse geopolitico cinese. Gli altri partner strategici – Stati Uniti in testa – sono oggi interlocutori complessi, se non apertamente ostili.

Per rispondere a questa vulnerabilità, Pechino sta riscrivendo i propri patti commerciali, spingendo sull’asse Sud-Sud. Aumentano le importazioni dal Sud-est asiatico, dall’Africa e dall’America Latina. Paesi come India, Vietnam, Ecuador e Indonesia sono al centro di un nuovo disegno di influenza, che unisce economia e strategia geopolitica.

Nel decennio in corso, la battaglia per il pesce sarà molto più di una questione di approvvigionamento. Sarà uno snodo cruciale per capire chi guiderà la catena del valore globale, tra chi produce, chi consuma e chi detta le regole. E con la Cina costretta a cercare fuori ciò che prima dominava in casa, per l’industria ittica mondiale si aprono nuove sfide e inedite opportunità.

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