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Errata etichettatura dei prodotti ittici

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Errata etichettatura dei prodotti ittici – L’errata etichettatura dei prodotti ittici rappresenta una delle problematiche più complesse e insidiose per il settore alimentare, con ripercussioni significative che spaziano dall’inganno del consumatore al degrado degli ecosistemi marini. Non si tratta di un mero errore tecnico, ma spesso di un atto deliberato che altera il rapporto di fiducia tra produttori, rivenditori e acquirenti. Le conseguenze di questo fenomeno investono aspetti economici, sanitari e ambientali, rendendolo una questione cruciale per chiunque operi nel settore ittico o ne sia un consumatore.

Un problema di trasparenza e fiducia

Il fenomeno dell’errata etichettatura dei prodotti ittici riguarda la vendita di specie dichiarate in modo scorretto rispetto alla loro reale identità. I dati internazionali evidenziano che circa il 20-25% del pesce commercializzato a livello globale presenta errori nelle informazioni riportate sull’etichetta. In molti casi, si tratta di una frode intenzionale, finalizzata a mascherare specie di basso valore come pesci di pregio, incrementando i profitti a scapito della qualità. La fiducia del consumatore, elemento cardine per il successo di qualsiasi mercato, subisce un colpo devastante: quando la trasparenza viene compromessa, ogni acquisto diventa un rischio, ogni scelta alimentare perde la sua autenticità.

In questo contesto, il concetto di tracciabilità – ovvero la capacità di seguire il percorso del prodotto lungo l’intera filiera, dalla cattura o allevamento fino al consumatore finale – si dimostra fondamentale. Tuttavia, l’applicazione di sistemi di tracciabilità efficaci richiede un impegno collettivo che non sempre trova terreno fertile: infrastrutture carenti, normative poco incisive e controlli inadeguati sono ostacoli ancora troppo comuni.

L’impatto sul consumatore: tra inganno e rischi sanitari

Per i consumatori, le conseguenze dell’errata etichettatura sono tutt’altro che trascurabili. Pagare un prezzo premium per un prodotto che in realtà non corrisponde alla specie dichiarata è solo uno degli aspetti. I rischi più gravi riguardano la salute. Alcuni pesci, spacciati per altri, possono contenere alti livelli di contaminanti come il mercurio, mettendo a rischio soprattutto bambini, donne in gravidanza e persone con particolari condizioni di salute.

Inoltre, la mancanza di informazioni veritiere sull’origine del prodotto mina la possibilità per i consumatori di fare scelte consapevoli in termini di sostenibilità ambientale. Per chi desidera privilegiare pesci provenienti da fonti certificate o allevamenti eco-compatibili, l’assenza di trasparenza rappresenta un ostacolo insormontabile.

Il prezzo che paga l’ambiente

Gli impatti negativi non si fermano ai consumatori, ma si amplificano nell’ambiente marino. L’errata etichettatura contribuisce a mantenere alta la domanda di specie sovrasfruttate, spingendo ulteriormente verso il collasso le popolazioni ittiche già in crisi. In parallelo, favorisce pratiche di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU, Illegal, Unreported and Unregulated fishing), che danneggiano gli ecosistemi e privano le comunità locali di risorse fondamentali per la loro sussistenza.

L’effetto a catena è devastante: ecosistemi marini squilibrati, perdita di biodiversità e minori opportunità per uno sviluppo sostenibile del settore. Quando le specie sovrasfruttate vengono sostituite con prodotti meno noti o addirittura illegali, si crea un mercato parallelo che non solo penalizza i pescatori onesti, ma mina la credibilità dell’intero settore ittico.

Le sfide per il futuro tra tecnologia e consapevolezza

Per combattere l’errata etichettatura, la soluzione non può essere unilaterale. È necessario un approccio integrato che coinvolga legislatori, operatori del settore e consumatori. L’implementazione di sistemi tecnologici avanzati come il blockchain potrebbe garantire una tracciabilità trasparente e verificabile per ogni prodotto, rendendo più difficili le frodi lungo la filiera. Parallelamente, le autorità devono intensificare i controlli, con ispezioni regolari e sanzioni severe per i trasgressori.

Anche i consumatori devono essere parte attiva del cambiamento. Imparare a leggere le etichette, riconoscere le certificazioni affidabili e premiare i marchi che dimostrano impegno per la sostenibilità sono azioni essenziali. Le aziende, dal canto loro, devono assumere un ruolo di leadership, adottando pratiche responsabili e comunicando in modo trasparente.

L’errata etichettatura dei prodotti ittici è una battaglia che si combatte su più fronti, ma che può essere vinta solo attraverso un impegno collettivo. È un tema che riguarda non solo i diritti del consumatore, ma anche il futuro degli oceani e della sicurezza alimentare globale. Solo con un cambiamento profondo, radicato nella consapevolezza e nella responsabilità condivisa, sarà possibile garantire un mercato ittico più giusto, trasparente e sostenibile.

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Marca by BolognaFiere: rinnovata la partnership con ADM fino al 2031

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Marca by BolognaFiere: rinnovata la partnership con ADM fino al 2031 – BolognaFiere e ADM – Associazione Distribuzione Moderna hanno concordato una partnership organizzativa esclusiva fino al 2031 per Marca, la fiera dedicata alla Marca del Distributore (MDD), giunta ormai alla sua 21a edizione. Constatati i risultati molto positivi ottenuti nelle 20 edizioni precedenti, ADM e BolognaFiere hanno deciso di rendere strutturale la loro collaborazione, condividendo la proprietà del marchio della rassegna che, dall’edizione 2026, diventerà Marca by BolognaFiere ed ADM.

La registrazione congiunta del nuovo marchio conferma la volontà delle insegne della Distribuzione Moderna Organizzata di identificare in Marca un luogo di riferimento fondamentale per stabilire relazioni commerciali con chi vuole entrare nel settore della marca privata in Italia.

L’intesa raggiunta prevede un coinvolgimento sempre più attivo di ADM nello sviluppo della manifestazione, a partire da una maggiore presenza delle insegne associate.
BolognaFiere e ADM collaboreranno per rafforzare ulteriormente il posizionamento e il ruolo della manifestazione in Italia e all’estero, definendo i piani di sviluppo delle future edizioni attraverso una stretta sinergia con le principali insegne della distribuzione moderna organizzata.

La 21a edizione della fiera, che si svolgerà il 15 e 16 gennaio 2025, sta registrando la conferma di partecipazione da parte di tantissime aziende leader del settore food e non food, tanto che sarà necessaria l’apertura di due padiglioni nuovi per poterle ospitare tutte.

L’indagine appena condotta da Circana sull’andamento nei primi nove mesi del 2024 del mercato totale omnichannel in Italia conferma infatti che la MDD è stato il segmento più dinamico, con una crescita delle vendite a valore di +2,7%, per 22 Mld€ di ricavi complessivi e 30 punti di quota.
L’offerta di prodotti a Marca del Distributore è cresciuta, si è arricchita di tante linee che interpretano anche i nuovi gusti dei consumatori (pensiamo al mondo dei prodotti bio e dei prodotti tipici regionali) e oggi è sempre più apprezzata dagli italiani perché coniuga qualità e convenienza.

Marca by BolognaFiere: rinnovata la partnership con ADM fino al 2031

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Pesca. Quinci augura buon lavoro alla Commissione von der Leyen

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Pesca. Quinci augura buon lavoro alla Commissione von der Leyen – Da oggi la nuova Commissione Ue entra nel pieno delle sue funzioni di governo; comincia ufficialmente il nuovo quinquennio del gabinetto von der Leyen che guiderà l’Europa a 27 fino al 2029.

Come è stato più volte detto, anche dalla stessa presidente, ci attende un periodo estremamente complesso: le sfide sul tavolo sono molteplici e di estrema delicatezza.

Tra i dossier che dovremo cercare di forgiare recuperando aderenza agli interessi del nostro paese c’è anche la pesca.

Salutiamo quindi il nuovo commissario cipriota Kostas Cadis, responsabile per la pesca, ma, soprattutto, l’italiano Raffaele Fitto che, lasciato il governo Meloni, svolgerà un ruolo di primaria importanza istituzionale, oltre che strategica.

“Contribuire a garantire che il settore della pesca europea diventi più resiliente, sostenibile e competitivo nel mercato globale e guidare le attività finalizzate a promuovere un’economia blu competitiva e sostenibile.” Queste le indicazioni fornite dal presidente von der Leyen attraverso la lettera d’incarico del 17 settembre scorso con la quale venne designato Fitto.

La Politica Comune della Pesca (PCP) sconta un lungo periodo nel quale si è assistito ad una netta prevalenza di scelte eccessivamente ambientaliste, al limite dell’ideologia, che hanno prodotto forte dissenso verso l’Unione europea fiaccando la tenuta della flotta italiana. Questo a tutto vantaggio della concorrenza produttiva e commerciale di Paesi extra-Ue.

L’obiettivo della sostenibilità si può ancora conseguire a patto di cambiare rotta e costruire da subito una filiera in grado di coniugare la tutela dell’ambiente e la difesa del lavoro e dell’impresa.

Lo scenario dentro il quale si muove il settore della pesca è decisamente complesso, soprattutto per le sfide che è chiamato ad affrontare in tempi troppo brevi; sfide quali la transizione ecologica e l’innovazione continua delle misure di gestione, che non tengono conto della competizione, spesso sleale, cui sono esposte le marinerie italiane.

Per non parlare poi dei cambiamenti climatici e delle alterazioni ambientali cui (anche) la pesca è esposta subendone gli effetti senza potervi (op)porre rimedio; effetti in grado di trasfigurare interi habitat minacciandone la biodiversità: il tema delle specie alloctone invasive (granchio blu, vermocane, ecc.), dell’innalzamento delle temperature e la conseguente anossia in alcuni ambienti umidi (sacche e lagune), della crescente aggressione della mucillagine, delle massicce inflorescenze algali e della diffusione di agenti patogeni e virali ha richiamato l’attenzione di tutti durante questi mesi e spinto le Istituzioni a ricercare non facili soluzioni combattendo fra la necessità di fronteggiare le emergenze e il bisogno di disegnare alternative di sviluppo.

Gli strumenti normativi introdotti negli ultimi anni dall’Ue hanno messo a dura prova la tenuta delle imprese di pesca; molte di loro hanno dovuto chiudere, perdendo numerosi posti di lavoro e quote di mercato a vantaggio di altri competitor extraeuropei.

Ha sempre prevalso, infatti, il principio di precauzione, sul presupposto di dati e conoscenze insufficienti, finendo inevitabilmente col trascurare l’analisi degli impatti socioeconomici sulle varie flotte.

Come è stato più volte ricordato, lo sforzo di pesca si è ridotto grandemente negli ultimi anni e con esso, come dicevamo, i principali indicatori socioeconomici.

· La flotta da pesca nazionale si è ulteriormente ridotta negli ultimi 20 anni (2004/2023) scendendo alle 11.685 imbarcazioni al 31 dicembre 2023 (erano 14.873 nel 2004), pari al 16% circa della flotta Ue (81.071 unità) con una contrazione complessiva superiore al 21% nell’ultimo decennio

· L’ultimo bando per l’arresto definitivo mediante demolizione, varato dall’Amministrazione italiana, ha visto pervenire oltre 1000 domande di rottamazione che, rapportate al numero delle unità appartenenti ai segmenti di pesca ammissibili allo scrapping portano ad un’incidenza sul totale della flotta che supera il 25%

· Analogo discorso vale per i giorni di pesca totali di tutti i mestieri di pesca nazionali: -33% dal 2008 al 2023 (-15% nel solo quinquennio 2019-2023). Nel solo Mediterraneo occidentale (da Imperia a Trapani, Sardegna inclusa) lo sforzo di pesca in termini di giorni si è ridotto dal 2020 al 2024 del 42,5%

· L’età media della nostra flotta è di 31 anni

· I pescatori imbarcati sono oramai poco meno di 22 mila, di cui circa 19.000 a tempo pieno (10 anni fa erano circa 30.000, il 16% in meno), mentre quelli che operano a terra sono oltre 100 mila, per un totale che si aggira attorno ai 125 mila lavoratori (escluso l’indotto)

· Con la diminuzione dello sforzo di pesca si riducono anche le catture (nel 2023 -6,85% rispetto al 2022) mentre l’incidenza dei costi di produzione (soprattutto energetici) per alcuni tipi di pesca, come quella a strascico, rimane costante intorno al 60/70% del totale

· Nonostante ciò, le teorie economiche dell’Ue (meno sforzo di pesca più guadagni) continuano ad essere smentite dai fatti: nel corso dell’ultimo decennio i guadagni provenienti dagli sbarchi sono diminuiti di oltre il 30%

· Nel frattempo, il consumo di prodotti ittici in Italia ha superato nel 2023 il milione di tonnellate (circa 1.200.000 tonnellate). Il consumo di pesce pro-capite ammonta a circa 25 kg, leggermente al di sopra del livello medio di consumo dell’Ue, fermo a circa 23 kg a testa. Tuttavia, l’incremento dei consumi è appannaggio dell’importazione, in costante crescita da oltre 15 anni

Nel mentre tutto ciò accade il nostro Paese non registra alcuna procedura di infrazione aperta in materia di pesca; l’azione di Governo è quindi coerente con il quadro normativo unionale pur non mancando di contestarne le posizioni, come ricordato in apertura, troppo sbilanciate – sin qui – verso la sola componente ambientale della sostenibilità.

Il G7 “Agricoltura e Pesca” svoltosi a settembre ad Ortigia ha confermato la centralità nell’agenda mondiale dell’economia primaria ed ha contribuito a definire nuove politiche di sviluppo capaci di coniugare correttamente ma, soprattutto, finalmente la sostenibilità.

Queste le priorità che anche come Amministrazione comunale di Mazara del Vallo, che ricordiamo essere una delle città di pesca più importanti in Europa e nel Mediterraneo e che vogliamo che resti tale, indichiamo alla nuova Commissione:

1. ridefinire l’impostazione della Politica Comune della Pesca al fine di recuperare il necessario equilibrio fra tutte le componenti della sostenibilità e provare ad arrestare un declino altrimenti inesorabile ed esiziale per le marinerie non solo italiane; la riduzione inarrestabile dello sforzo di pesca, non più supportata da accettabili ragioni scientifiche, sta portando la pesca all’estinzione, a vantaggio di prodotti di importazione sulle cui qualità – sociali ed altro – non vi sono sufficienti margini di garanzia

2. ridisegnare in particolare il Reg. (UE) n° 2021/1139 (FEAMPA) per consentire di affrontare la transizione ecologica senza ostacoli illogici quali quelli che impediscono finanziamenti per rinnovare la flotta.

Occorre rimuovere i vincoli che immotivatamente impediscono investimenti sul naviglio, vecchio, e sui motori. In particolare, non si può affrontare il tema della de-carbonizzazione dei motori endotermici (gli unici, al momento, in grado di muovere le barche) senza sostegno da parte dei fondi Ue;

3. impedire che un’eventuale riforma della tassazione dei prodotti energetici in Ue così come l’accordo WTO in materia di SAD (Sussidi Ambientalmente Dannosi) crei ulteriori aggravi per il settore della pesca;

individuare una nuova e diversa disciplina che sappia offrire ai produttori – non solo italiani – strumenti più efficaci per la difesa dagli effetti dei cambiamenti climatici e dalla presenza crescente di specie alloctone invasive o altamente dannose in grado di altera interi habitat sconvolgendo gli equilibri socioeconomici.

Così in una nota Salvatore Quinci, sindaco di Mazara del Vallo.

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Acquacoltura. Innovativa barriera elettrica contro le meduse

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Acquacoltura. Innovativa barriera elettrica contro le meduse  – L’azienda norvegese Harbor, specializzata in tecnologie per l’acquacoltura, ha raggiunto un traguardo significativo nella protezione del salmone d’allevamento, implementando una soluzione tecnologica innovativa per mitigare i danni causati dalle meduse pearlside. Dopo rigorosi test, la tecnologia della barriera elettrica sviluppata da Harbor si è dimostrata efficace nel neutralizzare queste meduse, riducendo il rischio per i salmoni e le perdite economiche degli allevatori.

La soluzione di punta, denominata Harbor Fence, è una barriera elettrica già utilizzata con successo per neutralizzare le larve dei pidocchi di mare, una delle principali minacce alla salute dei pesci negli allevamenti. Grazie a recenti sviluppi, la stessa tecnologia è ora in grado di innescare il rilascio di veleno nelle meduse pearlside attraverso una scossa elettrica controllata, rendendole innocue per diversi giorni. Questo innovativo approccio permette alle meduse di attraversare gli allevamenti senza danneggiare i pesci, riducendo drasticamente i tassi di mortalità.

Ogni anno, milioni di salmoni d’allevamento vengono persi a causa delle meduse pearlside, con conseguenti danni economici e compromissione del benessere animale. La tecnologia di Harbor rappresenta quindi una svolta per il settore dell’acquacoltura, offrendo una soluzione pratica e scalabile a un problema di lunga data.

L’efficacia della Harbor Fence ha generato un notevole interesse nel settore, portando a un’emissione azionaria che ha registrato un successo oltre le aspettative, con una sottoscrizione superiore del 30% rispetto al previsto. Questo ha permesso all’azienda di pianificare un aumento della produzione per soddisfare la crescente domanda da parte degli allevatori di salmoni.

La possibilità di migliorare la salute dei pesci e di ridurre le perdite ha reso questa tecnologia una delle innovazioni più promettenti nel panorama dell’acquacoltura moderna. Con la produzione destinata ad aumentare, Harbor punta a consolidare la sua posizione come leader tecnologico, contribuendo a un futuro più sostenibile per l’industria della pesca.

Acquacoltura. Innovativa barriera elettrica contro le meduse 

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L’individualismo nella pesca: un freno per lo sviluppo

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Se c’è un comportamento o un modus operandi, da qualunque parte esso provenga, che arreca danni certi, provati e ripetuti, questo è l’individualismo. Quando tale pratica, oramai consuetudine, è attuata dai diversi attori protagonisti degli stessi settori o comparti economici, ecco che l’individualismo diventa spesso e volentieri esasperato e i danni correlati per l’intera collettività risultano inenarrabili.

Nella città di Mazara del Vallo, tale dinamica trova espressione particolarmente nel settore della pesca industriale, dove l’individualismo sembra perpetuarsi con una sorta di masochismo senza precedenti, un’esperienza che si trascina da decenni e che ha comportato costi elevati per l’intera comunità.

La storia ci consegna casi emblematici di organizzazioni di categoria aventi per oggetto lo stesso focus – nel caso specifico la difesa degli interessi dei propri associati – ma che, nella lotta di potere per primeggiare, per favorire qualche capo politico o partito, o per avvantaggiare singoli imprenditori della pesca, finiscono spesso e volentieri per creare sperequazioni favorendo quella tendenza oramai consolidata a far prevalere le esigenze del singolo o di pochi contro quelle della collettività.

Quello che si presenta oggi è l’ennesimo tentativo. Per carità, nulla di illegale, ma certamente contrario ai criteri unanimi che vedono nell’unione congiunta delle forze una utilità maggiore e certamente più proficua al raggiungimento dello scopo prefissato.

L’oggetto del contendere è l’azione intrapresa lo scorso 24 ottobre dall’Organizzazione dei Produttori di Mazara del Vallo (che annovera al proprio interno più di venti imbarcazioni da pesca, oltre ad aziende di trasformazione) congiuntamente al Distretto della Pesca, storica organizzazione  mazarese. I responsabili delle rispettive associazioni hanno siglato un protocollo d’intesa con la Libia con lo scopo di poter intraprendere delle azioni comuni nell’ambito della pesca e della trasformazione dei prodotti oltre ad attività collaterali ad esse.  Il piano programmatico portato all’attenzione delle autorità governative italiane ha visto una preliminare approvazione delle suddette autorità, le quali hanno lodato l’iniziativa ritenendola utile nell’ambito del piano Mattei per l’Africa.

Inaspettatamente, ieri il Distretto della Pesca ha dichiarato, tramite una propria nota, di aver avviato un’iniziativa analoga a quella intrapresa congiuntamente all’Organizzazione dei Produttori, ma questa volta in autonomia e senza aver ritenuto necessario informare nessuno. Un comportamento che contribuisce a disorientare le autorità governative nazionali, che si trovano a dover trattare con associazioni diverse, operanti nello stesso territorio e per le medesime finalità.

Un monito per il futuro: la collaborazione, e non la divisione, è la chiave per affrontare le sfide globali di oggi e valorizzare le risorse locali. L’individualismo ha radici profonde, ma è tempo di riflettere sulla sua effettiva utilità.

 

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