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Europêche difende la pesca europea dalle accuse infondate – La tempesta mediatica scatenata dalla ONG Bloom rischia di travolgere non solo la reputazione di numerosi pescherecci europei, ma anche la credibilità di un intero settore che da anni si batte per una pesca responsabile e sostenibile. Con la pubblicazione di una lista di imbarcazioni accusate di operare illegalmente nelle Aree Marine Protette (AMP), accompagnata da un appello ai supermercati per boicottare i prodotti ittici derivati da queste attività, Bloom ha scatenato una reazione immediata e decisa da parte di Europêche, la principale voce dell’industria della pesca europea.
Europêche non usa mezzi termini: il rapporto di Bloom è pieno di inesattezze, fondato su interpretazioni distorte dei dati e su una rappresentazione fuorviante delle reali finalità delle AMP. Mentre la ONG accusa le imbarcazioni di violare sistematicamente le regole ambientali, la realtà è ben diversa. In Europa, e in particolare in Paesi come la Francia, le Aree Marine Protette non sono un monolite. Esistono oltre undici diverse categorie, ognuna con obiettivi e regolamentazioni specifiche. Dalla protezione degli habitat dei fondali marini alla tutela dei cetacei o degli uccelli marini, le AMP sono strumenti di conservazione complessi che non implicano necessariamente il divieto totale delle attività umane.
Europêche sottolinea con forza che solo una minoranza di AMP sono effettivamente considerate zone di non cattura. Accostare l’intera categoria delle AMP a santuari inviolabili della biodiversità, come fa Bloom, è un errore grossolano che alimenta confusione tra i consumatori e nel dibattito pubblico. Il settore, anzi, si dice più che disposto a confrontarsi con regolamentazioni puntuali e basate su dati scientifici solidi, ma rifiuta l’idea di un approccio ideologico e generalizzato che danneggia indiscriminatamente pescatori e comunità costiere.
A preoccupare ancora di più è la metodologia stessa utilizzata da Bloom per stilare la lista incriminata. L’ONG ha fatto affidamento sul sistema di identificazione automatica (AIS) per tracciare le imbarcazioni, ma ha clamorosamente travisato il significato dei dati raccolti. L’AIS serve a localizzare la posizione di una nave, non a determinare se essa sia impegnata in attività di pesca. Un peschereccio che semplicemente transita attraverso un’AMP per raggiungere la propria zona di pesca viene così erroneamente etichettato come “pirata del mare“.
Non meno grave è l’utilizzo della velocità delle imbarcazioni come presunto indicatore di attività di pesca. In molte AMP esistono limiti di velocità imposti per motivi di sicurezza e protezione ambientale, ma per Bloom questa semplice precauzione diventa una prova di colpevolezza. Il risultato è un rapporto che accusa anche imbarcazioni non da pesca, come navi da ricerca, trasformando un’analisi seria in una lista disordinata e priva di credibilità.
Europêche ha ribadito con fermezza il proprio impegno a favore di un dialogo costruttivo con le istituzioni e invita i decisori politici a non lasciarsi influenzare da campagne ideologiche e sensazionalistiche. È la scienza, sottolinea l’associazione, a dover guidare le scelte strategiche per la tutela degli ecosistemi marini, non la pressione di chi costruisce narrazioni senza fondamento per ottenere visibilità.
Il messaggio è chiaro: la sostenibilità della pesca europea passa per un equilibrio intelligente tra protezione ambientale e attività economiche. Criminalizzare indiscriminatamente il settore non porterà a mari più sani, ma rischia piuttosto di minare la fiducia tra chi vive di pesca e chi è chiamato a tutelare il mare. Una lezione che, per il bene di tutti, conviene non dimenticare.
Europêche difende la pesca europea dalle accuse infondate
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