Salmone selvatico o allevato? Il DNA svela la verità sull’etichettatura

 [[{“value”:”

Salmone selvatico o allevato? Il DNA svela la verità sull’etichettatura – La crescente richiesta di prodotti ittici e la complessità della filiera rendono il mercato vulnerabile a errori e frodi legate all’etichettatura. Il salmone, uno dei pesci più consumati al mondo, è spesso al centro di queste pratiche, con casi in cui la provenienza dichiarata non corrisponde alla realtà. Questo fenomeno non solo danneggia la fiducia dei consumatori, ma ha anche implicazioni ambientali ed economiche rilevanti.

Grazie al DNA barcoding, una tecnologia avanzata di analisi genetica, oggi è possibile distinguere con assoluta certezza il salmone selvatico da quello allevato, garantendo ai consumatori la libertà di scegliere in modo informato cosa portare in tavola.

Un problema diffuso: l’etichettatura errata del salmone

Uno studio condotto dall’Università di Seattle ha rivelato che l’errata etichettatura del salmone è particolarmente diffusa nei ristoranti di sushi, dove i consumatori hanno meno strumenti per verificare la veridicità delle informazioni. Analizzando campioni provenienti sia da supermercati che da ristoranti, i ricercatori hanno scoperto che il 23% del salmone analizzato era stato etichettato in modo errato.

Questa situazione solleva interrogativi sulla tracciabilità del prodotto e sulla necessità di sistemi di controllo più rigorosi. La differenza tra un salmone selvatico del Pacifico e un salmone allevato in acquacoltura è sostanziale, sia in termini di caratteristiche nutrizionali che di sostenibilità ambientale. Il consumatore ha il diritto di sapere cosa sta acquistando e quali sono le implicazioni della sua scelta.

DNA barcoding: la rivoluzione nella tracciabilità ittica

Il DNA barcoding rappresenta una delle soluzioni più efficaci per garantire l’autenticità dell’etichettatura del salmone. Questa tecnica consente di identificare con precisione la specie anche dopo la lavorazione del prodotto, evitando che differenze tra allevato e selvatico vengano nascoste o alterate lungo la filiera.

Lo stato di Washington, per esempio, ospita cinque specie autoctone di salmone selvatico del Pacifico: Oncorhynchus tshawytscha, O. keta, O. kisutch, O. nerka e O. gorbuscha. Il salmone atlantico (Salmo salar), invece, è esclusivamente allevato, poiché la sua pesca commerciale è vietata negli Stati Uniti. Distinguere queste specie attraverso l’analisi del DNA consente di verificare la veridicità dell’etichettatura, offrendo ai consumatori una garanzia di trasparenza.

Perché la trasparenza è fondamentale

L’etichettatura errata del salmone non riguarda solo la frode commerciale, ma influisce direttamente sulla capacità del consumatore di effettuare scelte consapevoli. Molti acquirenti preferiscono il salmone selvatico per motivi nutrizionali, ambientali o etici, mentre altri optano per quello allevato per ragioni economiche o di disponibilità. In entrambi i casi, la trasparenza è essenziale per evitare che il consumatore venga ingannato.

L’adozione su larga scala di strumenti come il DNA barcoding potrebbe ridurre drasticamente le frodi, migliorare la sostenibilità del settore e rafforzare la fiducia dei consumatori nei confronti dei prodotti ittici. Solo attraverso una tracciabilità efficace si può garantire un mercato più equo, dove il diritto di scegliere consapevolmente diventi una certezza e non un’illusione.

Il settore ittico ha bisogno di maggiore trasparenza per garantire che il consumatore possa acquistare il prodotto che desidera, senza rischiare di essere ingannato da un’etichettatura fuorviante. L’uso della tecnologia genetica nella certificazione delle specie ittiche potrebbe rappresentare una svolta per il mercato, rendendo più difficile la pratica di sostituzione fraudolenta delle specie.

Scegliere tra salmone selvatico o allevato deve essere una decisione informata, basata su dati certi e verificabili. Grazie al DNA barcoding, questo obiettivo è finalmente alla portata del settore ittico, ponendo le basi per un futuro più trasparente e sostenibile.

Salmone selvatico o allevato? Il DNA svela la verità sull’etichettatura

L’articolo Salmone selvatico o allevato? Il DNA svela la verità sull’etichettatura proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Sfide e opportunità nel nuovo Monthly Highlights di EUMOFA

 [[{“value”:”

Sfide e opportunità nel nuovo Monthly Highlights di EUMOFA – L’industria della pesca e dell’acquacoltura nell’Unione Europea sta attraversando una fase di cambiamento profondo. Secondo il report Fishers of the Future presentato dalla Commissione UE e i dati raccolti nel Monthly Highlights 2/2025 di EUMOFA, il settore dovrà adattarsi a scenari che variano in base a due fattori chiave: i cambiamenti climatici e la domanda del mercato. A questi si aggiunge la pressione economica derivante dall’aumento dei costi operativi e dalle nuove regolamentazioni ambientali.

La transizione energetica e l’impatto sui costi operativi

Uno dei temi centrali è la transizione energetica. L’Energy Transition Partnership per la pesca e l’acquacoltura dell’UE ha nominato 10 coordinatori per guidare il processo verso un settore più sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Tuttavia, il costo del carburante marino, aumentato del 6,8% a gennaio rispetto al mese precedente, rimane una sfida per molte flotte europee, incluse quelle italiane. Nei porti di Ancona e Livorno, il prezzo medio del diesel marino ha raggiunto i 0,72 €/litro, registrando un incremento dell’11% rispetto a dicembre 2024. Questo impatta direttamente la competitività dei pescatori italiani, che già affrontano una riduzione delle catture.

Italia: vendite in calo, ma con segnali di ripresa

L’analisi delle vendite di primo livello in Italia, come riportato nel Monthly Highlights 2/2025, mostra una contrazione sia in valore (-16%) che in volume (-17%) tra gennaio e novembre 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023. I prodotti più colpiti sono stati acciughe, naselli, gamberi rosa e polpo. Tuttavia, il mercato ha dato segnali di ripresa a novembre, con una crescita nelle vendite di sardine e calamari, indicando una possibile inversione di tendenza.

Parallelamente, le importazioni italiane di prodotti ittici extra-UE sono aumentate dell’8% in volume e del 4% in valore nei primi nove mesi del 2024. Ciò suggerisce che la domanda dei consumatori italiani si sta spostando sempre più verso prodotti di importazione, un segnale che il settore locale deve interpretare con attenzione per rimanere competitivo.

Innovazione e sostenibilità: la chiave per il futuro

Se da un lato le restrizioni normative pongono sfide significative, dall’altro offrono opportunità per chi investe in innovazione. Un esempio è il nuovo centro di acquacoltura in Lettonia, che sta diventando un hub di eccellenza per la ricerca e la formazione. L’Italia potrebbe seguire modelli simili, puntando sulla valorizzazione delle proprie specie autoctone e sull’adozione di tecnologie a basso impatto ambientale.

Anche le nuove strategie di pesca sostenibile, come l’introduzione di dispositivi per ridurre le catture accidentali di delfini nella Baia di Biscaglia, potrebbero diventare un modello applicabile alle flotte italiane. Questi strumenti non solo migliorano la sostenibilità, ma offrono ai pescatori nuove possibilità di accedere a fondi europei dedicati alla transizione ecologica.

Il settore ittico europeo, e in particolare quello italiano, si trova a un bivio. Da un lato, l’aumento dei costi e le restrizioni ambientali pongono sfide immediate. Dall’altro, l’innovazione tecnologica, le nuove politiche di sostenibilità e l’adattamento alle dinamiche di mercato offrono opportunità di crescita. L’Italia ha le competenze e le risorse per affrontare questa trasformazione, ma sarà fondamentale un approccio proattivo, che combini tradizione e innovazione per garantire un futuro competitivo al settore.

Sfide e opportunità nel nuovo Monthly Highlights di EUMOFA

 

L’articolo Sfide e opportunità nel nuovo Monthly Highlights di EUMOFA proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Mitilla®: la cozza che non vuole essere solo una cozza

Mitilla®: la cozza che non vuole essere solo una cozza

 [[{“value”:”

Mitilla®: la cozza che non vuole essere solo una cozza – C’era una volta la cozza, protagonista di zuppe e spaghetti allo scoglio. E poi è arrivata Mitilla®, e tutto è cambiato. Dimenticate l’idea di un semplice mollusco: qui siamo di fronte a un prodotto che riscrive le regole della mitilicoltura, che sfida i dogmi della ristorazione e che mette sul tavolo una domanda scomoda: e se la cozza potesse essere qualcosa di più?

Pellestrina: il laboratorio della natura

Mitilla® nasce nelle acque di Pellestrina, quell’angolo sospeso tra laguna e mare aperto, dove l’aria sa di salsedine e il tempo sembra fermarsi. Ma invece di restare ancorata alla tradizione, questa cozza ha deciso di osare. Cresce in acque di Categoria A, quelle pure, quelle incontaminate. Non ha bisogno di depurazione. Viene dal mare ed è pronta a farsi mangiare così com’è. Perché togliere qualcosa che la natura ha già fatto alla perfezione?

La rivoluzione sospesa

Niente sabbia, niente fondali. Qui si gioca in sospensione, grazie al sistema longline, dove le cozze si sviluppano in un ecosistema ideale: ossigeno in abbondanza, nutrimento costante, crescita ottimale. Il risultato? Mitilla® è carnosa, sapida, pura. Sa di mare vero, di equilibrio perfetto tra dolce e salato, tra tradizione e avanguardia.

Dal piatto al pensiero: un prodotto che racconta una storia

Non basta dire “qualità”. La qualità, oggi, è la soglia minima per entrare nel mercato. Mitilla® fa un passo oltre: è tracciabile al 100%, ha un’identità chiara, una storia da raccontare. Ogni cozza è un pezzo di un ecosistema perfetto. Per questo ha attirato l’attenzione dei media, finendo persino tra le 100 Eccellenze Italiane Forbes 2020. Non perché è un marchio, ma perché è un’idea.

La sfida ai buyer: siete pronti al cambiamento?

Ora la domanda è per voi, professionisti del settore. Mitilla® è pronta, ma lo siete anche voi? Avete il coraggio di proporre una cozza che sfida le aspettative? Perché il problema non è convincere il mercato: è ripensarlo. Non si tratta solo di vendere un mollusco, ma di cambiare la percezione di un prodotto troppo a lungo sottovalutato.

Mitilla® non è solo una cozza, è una provocazione. E, nel mondo della ristorazione, le provocazioni sono quelle che lasciano il segno.

Mitilla®: la cozza che non vuole essere solo una cozza

“In Rete” è la rubrica di Pesceinrete che racconta le aziende del settore ittico attraverso le informazioni disponibili online. Il nostro obiettivo è offrire una fotografia oggettiva delle realtà presenti sul web, con l’intento di documentare il panorama del mercato in modo trasparente e informativo.

L’articolo Mitilla®: la cozza che non vuole essere solo una cozza proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

La Norvegia domina il mercato ittico globale

 [[{“value”:”

La Norvegia domina il mercato ittico globale – Nel panorama globale dell’industria ittica, c’è un attore che spicca per numeri, strategia e posizionamento: la Norvegia. Con oltre 175,4 miliardi di NOK di esportazioni nel 2024, il settore ittico norvegese si conferma un colosso mondiale, capace di trasformare il suo pescato in un prodotto premium apprezzato dai consumatori di ogni continente. Dietro questo successo c’è un modello di sviluppo che fonde sostenibilità, marketing e un’organizzazione capillare. Ma come funziona esattamente questa macchina perfetta?

Il motore del successo: il Norwegian Seafood Council

Il Norwegian Seafood Council (NSC) è l’ente che orchestra la promozione e la distribuzione globale dei prodotti ittici norvegesi. Con sede a Tromsø e uffici in 12 paesi chiave – tra cui l’Italia – il NSC lavora a stretto contatto con le aziende del settore per garantire il posizionamento premium del pesce norvegese nei mercati esteri. Un esempio? Il programma di marketing congiunto, che consente alle aziende di ottenere un co-finanziamento fino al 50% per campagne promozionali basate sul marchio Seafood from Norway.

Salmone e merluzzo: icone di qualità

Due prodotti simbolo guidano l’ascesa della Norvegia nel mercato ittico globale: il salmone e il merluzzo nordico.

Salmone: con 1,2 milioni di tonnellate esportate nel 2024, per un valore di 122,5 miliardi di NOK, il salmone norvegese rappresenta la punta di diamante dell’export ittico del paese. Grazie a pratiche di allevamento avanzate, alimentazione controllata e rigorosi controlli di qualità, è riuscito a posizionarsi come un riferimento assoluto per chef e consumatori. La sua carne morbida e il gusto delicato lo rendono uno degli ingredienti più versatili della cucina internazionale.

Merluzzo nordico: questo particolare tipo di merluzzo artico, caratterizzato da una carne più soda e saporita, è considerato un prodotto di nicchia che segue standard di lavorazione e certificazione molto severi. Le aziende che vogliono utilizzare il marchio “Skrei” devono ottenere una licenza di qualità, un processo che garantisce ai consumatori un pesce selezionato secondo criteri rigidi. La stagionalità e la tracciabilità di questo prodotto aggiungono un ulteriore valore al suo posizionamento premium.

Il marketing dietro il marchio Seafood from Norway

Uno dei fattori chiave del successo norvegese nel settore ittico è la costruzione di un marchio forte e riconoscibile. Seafood from Norway è più di un’etichetta: è un vero e proprio sigillo di garanzia che attesta l’origine norvegese e il rispetto di rigidi protocolli di qualità e sostenibilità. Per utilizzarlo, le aziende che trasformano prodotti ittici norvegesi al di fuori della Norvegia devono ottenere una licenza specifica, assicurando così la coerenza degli standard di qualità anche nelle fasi successive della catena del valore. Questo elemento permette ai consumatori di riconoscere immediatamente l’eccellenza e la provenienza del prodotto, aumentando la fiducia nei confronti del marchio.

Un modello replicabile?

L’approccio della Norvegia al mercato ittico rappresenta un caso studio interessante per tutti i player del settore, compresi quelli italiani. L’Italia, forte di una tradizione gastronomica senza pari e di una biodiversità marina straordinaria, potrebbe beneficiare di una strategia più strutturata, capace di valorizzare il proprio pescato attraverso un marchio forte e un piano marketing coordinato. Il successo norvegese non è casuale: è il frutto di una visione chiara, investimenti mirati e una gestione scientifica delle risorse.

Tuttavia, per adattare questo modello al contesto italiano, sarebbe fondamentale investire in un’identità chiara e in certificazioni che garantiscano la qualità e la sostenibilità del pescato nazionale. L’attenzione alla filiera, la promozione internazionale e l’educazione del consumatore potrebbero giocare un ruolo chiave nell’aumento della competitività del settore ittico italiano.

La Norvegia ha dimostrato che il pesce non è solo una materia prima: è un brand, una storia e un valore aggiunto. La domanda è: chi saprà cogliere questa lezione e tradurla in un’opportunità concreta?

La Norvegia domina il mercato ittico globale

L’articolo La Norvegia domina il mercato ittico globale proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa

 [[{“value”:”

Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa – L’acquacoltura è ormai uno degli asset strategici fondamentali per garantire la sicurezza alimentare mondiale. Con la popolazione globale in costante crescita e la domanda di proteine sempre più elevata, il settore è chiamato a fornire risposte concrete, efficienti e sostenibili. Eppure, mentre nel Nord del mondo fioriscono progetti RAS (Recirculating Aquaculture Systems) dai costi esorbitanti e dai risultati discutibili, in Africa l’approccio alla produzione ittica dimostra un’efficacia straordinaria con investimenti molto più contenuti.

Un esempio lampante è Tropo Farms, azienda ghanese specializzata nella produzione di tilapia. Con una gestione oculata e strategie mirate, è riuscita a raddoppiare la sua capacità produttiva senza un aumento proporzionale dei costi infrastrutturali. Un risultato che dimostra come, spesso, la crescita sostenibile non sia necessariamente legata a investimenti sproporzionati, ma a un’intelligente gestione delle risorse disponibili.

Il paradosso degli investimenti globali

Francisco Murillo, ex CEO di Tropo Farms, evidenzia un paradosso allarmante: mentre aziende nordamericane ed europee investono centinaia di milioni di dollari in progetti RAS spesso fallimentari, realtà consolidate in Africa potrebbero aumentare la loro produzione con una frazione di tali somme. I numeri parlano chiaro: Tropo Farms è passata da una produzione di 7.200 tonnellate nel 2021 a 15.000 nel 2024, senza ampliare le proprie infrastrutture e facendo leva su una maggiore efficienza operativa.

Di contro, progetti RAS come Atlantic Sapphire, nonostante investimenti colossali di oltre 700 milioni di dollari, hanno prodotto risultati deludenti, mettendo a rischio la sostenibilità finanziaria dell’intero modello. Lo stesso vale per iniziative come Soul of Japan, che ha recentemente attirato investimenti per 460 milioni di dollari per una produzione ancora tutta da dimostrare.

L’Africa come nuovo orizzonte dell’acquacoltura

Guardando al futuro, diventa evidente che il continente africano rappresenta un’opportunità straordinaria per lo sviluppo dell’acquacoltura. Il Ghana, con i suoi 33 milioni di abitanti e un consumo pro capite di pesce di circa 25 kg all’anno, offre un mercato interno florido e in espansione. Eppure, la produzione nazionale è ancora lontana dal soddisfare la domanda: mentre si consumano circa 800.000 tonnellate di pesce all’anno, l’acquacoltura e la pesca locale riescono a fornirne solo 40.000-50.000 tonnellate.

Le potenzialità sono enormi, eppure le difficoltà di accesso al credito e le condizioni macroeconomiche instabili rendono complesso lo sviluppo su larga scala. Nel caso di Tropo Farms, un finanziamento di 10 milioni di dollari da parte di AgDevCo nel 2024 ha permesso di introdurre innovazioni tecnologiche cruciali, come sensori ambientali avanzati e impianti di lavorazione più efficienti. Tuttavia, il settore ha bisogno di ulteriori investimenti per crescere e consolidarsi.

Un cambio di rotta necessario

L’errore strategico degli investitori globali, fa notare Murillo, è evidente: mentre i sistemi chiusi come i RAS promettono produzioni ipercontrollate, si scontrano con costi di gestione proibitivi e fragilità operative. L’Africa, invece, offre condizioni naturali favorevoli e mercati pronti ad assorbire la produzione locale, con minori rischi e una maggiore sostenibilità economica e ambientale.

Se il mondo vuole davvero affrontare la sfida della sicurezza alimentare con soluzioni efficaci e accessibili, è tempo di guardare oltre i confini delle tecnologie iper-ingegnerizzate e di investire in modelli produttivi più resilienti. L’acquacoltura africana potrebbe essere la chiave per un futuro più sostenibile, e gli investitori attenti alle reali opportunità non dovrebbero lasciarsi sfuggire questa occasione.

Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa

L’articolo Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Pagina 22 di 1499

Made with & by Matacotti Design

Privacy & Cookie Policy