La Norvegia domina il mercato ittico globale

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La Norvegia domina il mercato ittico globale – Nel panorama globale dell’industria ittica, c’è un attore che spicca per numeri, strategia e posizionamento: la Norvegia. Con oltre 175,4 miliardi di NOK di esportazioni nel 2024, il settore ittico norvegese si conferma un colosso mondiale, capace di trasformare il suo pescato in un prodotto premium apprezzato dai consumatori di ogni continente. Dietro questo successo c’è un modello di sviluppo che fonde sostenibilità, marketing e un’organizzazione capillare. Ma come funziona esattamente questa macchina perfetta?

Il motore del successo: il Norwegian Seafood Council

Il Norwegian Seafood Council (NSC) è l’ente che orchestra la promozione e la distribuzione globale dei prodotti ittici norvegesi. Con sede a Tromsø e uffici in 12 paesi chiave – tra cui l’Italia – il NSC lavora a stretto contatto con le aziende del settore per garantire il posizionamento premium del pesce norvegese nei mercati esteri. Un esempio? Il programma di marketing congiunto, che consente alle aziende di ottenere un co-finanziamento fino al 50% per campagne promozionali basate sul marchio Seafood from Norway.

Salmone e merluzzo: icone di qualità

Due prodotti simbolo guidano l’ascesa della Norvegia nel mercato ittico globale: il salmone e il merluzzo nordico.

Salmone: con 1,2 milioni di tonnellate esportate nel 2024, per un valore di 122,5 miliardi di NOK, il salmone norvegese rappresenta la punta di diamante dell’export ittico del paese. Grazie a pratiche di allevamento avanzate, alimentazione controllata e rigorosi controlli di qualità, è riuscito a posizionarsi come un riferimento assoluto per chef e consumatori. La sua carne morbida e il gusto delicato lo rendono uno degli ingredienti più versatili della cucina internazionale.

Merluzzo nordico: questo particolare tipo di merluzzo artico, caratterizzato da una carne più soda e saporita, è considerato un prodotto di nicchia che segue standard di lavorazione e certificazione molto severi. Le aziende che vogliono utilizzare il marchio “Skrei” devono ottenere una licenza di qualità, un processo che garantisce ai consumatori un pesce selezionato secondo criteri rigidi. La stagionalità e la tracciabilità di questo prodotto aggiungono un ulteriore valore al suo posizionamento premium.

Il marketing dietro il marchio Seafood from Norway

Uno dei fattori chiave del successo norvegese nel settore ittico è la costruzione di un marchio forte e riconoscibile. Seafood from Norway è più di un’etichetta: è un vero e proprio sigillo di garanzia che attesta l’origine norvegese e il rispetto di rigidi protocolli di qualità e sostenibilità. Per utilizzarlo, le aziende che trasformano prodotti ittici norvegesi al di fuori della Norvegia devono ottenere una licenza specifica, assicurando così la coerenza degli standard di qualità anche nelle fasi successive della catena del valore. Questo elemento permette ai consumatori di riconoscere immediatamente l’eccellenza e la provenienza del prodotto, aumentando la fiducia nei confronti del marchio.

Un modello replicabile?

L’approccio della Norvegia al mercato ittico rappresenta un caso studio interessante per tutti i player del settore, compresi quelli italiani. L’Italia, forte di una tradizione gastronomica senza pari e di una biodiversità marina straordinaria, potrebbe beneficiare di una strategia più strutturata, capace di valorizzare il proprio pescato attraverso un marchio forte e un piano marketing coordinato. Il successo norvegese non è casuale: è il frutto di una visione chiara, investimenti mirati e una gestione scientifica delle risorse.

Tuttavia, per adattare questo modello al contesto italiano, sarebbe fondamentale investire in un’identità chiara e in certificazioni che garantiscano la qualità e la sostenibilità del pescato nazionale. L’attenzione alla filiera, la promozione internazionale e l’educazione del consumatore potrebbero giocare un ruolo chiave nell’aumento della competitività del settore ittico italiano.

La Norvegia ha dimostrato che il pesce non è solo una materia prima: è un brand, una storia e un valore aggiunto. La domanda è: chi saprà cogliere questa lezione e tradurla in un’opportunità concreta?

La Norvegia domina il mercato ittico globale

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Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa

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Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa – L’acquacoltura è ormai uno degli asset strategici fondamentali per garantire la sicurezza alimentare mondiale. Con la popolazione globale in costante crescita e la domanda di proteine sempre più elevata, il settore è chiamato a fornire risposte concrete, efficienti e sostenibili. Eppure, mentre nel Nord del mondo fioriscono progetti RAS (Recirculating Aquaculture Systems) dai costi esorbitanti e dai risultati discutibili, in Africa l’approccio alla produzione ittica dimostra un’efficacia straordinaria con investimenti molto più contenuti.

Un esempio lampante è Tropo Farms, azienda ghanese specializzata nella produzione di tilapia. Con una gestione oculata e strategie mirate, è riuscita a raddoppiare la sua capacità produttiva senza un aumento proporzionale dei costi infrastrutturali. Un risultato che dimostra come, spesso, la crescita sostenibile non sia necessariamente legata a investimenti sproporzionati, ma a un’intelligente gestione delle risorse disponibili.

Il paradosso degli investimenti globali

Francisco Murillo, ex CEO di Tropo Farms, evidenzia un paradosso allarmante: mentre aziende nordamericane ed europee investono centinaia di milioni di dollari in progetti RAS spesso fallimentari, realtà consolidate in Africa potrebbero aumentare la loro produzione con una frazione di tali somme. I numeri parlano chiaro: Tropo Farms è passata da una produzione di 7.200 tonnellate nel 2021 a 15.000 nel 2024, senza ampliare le proprie infrastrutture e facendo leva su una maggiore efficienza operativa.

Di contro, progetti RAS come Atlantic Sapphire, nonostante investimenti colossali di oltre 700 milioni di dollari, hanno prodotto risultati deludenti, mettendo a rischio la sostenibilità finanziaria dell’intero modello. Lo stesso vale per iniziative come Soul of Japan, che ha recentemente attirato investimenti per 460 milioni di dollari per una produzione ancora tutta da dimostrare.

L’Africa come nuovo orizzonte dell’acquacoltura

Guardando al futuro, diventa evidente che il continente africano rappresenta un’opportunità straordinaria per lo sviluppo dell’acquacoltura. Il Ghana, con i suoi 33 milioni di abitanti e un consumo pro capite di pesce di circa 25 kg all’anno, offre un mercato interno florido e in espansione. Eppure, la produzione nazionale è ancora lontana dal soddisfare la domanda: mentre si consumano circa 800.000 tonnellate di pesce all’anno, l’acquacoltura e la pesca locale riescono a fornirne solo 40.000-50.000 tonnellate.

Le potenzialità sono enormi, eppure le difficoltà di accesso al credito e le condizioni macroeconomiche instabili rendono complesso lo sviluppo su larga scala. Nel caso di Tropo Farms, un finanziamento di 10 milioni di dollari da parte di AgDevCo nel 2024 ha permesso di introdurre innovazioni tecnologiche cruciali, come sensori ambientali avanzati e impianti di lavorazione più efficienti. Tuttavia, il settore ha bisogno di ulteriori investimenti per crescere e consolidarsi.

Un cambio di rotta necessario

L’errore strategico degli investitori globali, fa notare Murillo, è evidente: mentre i sistemi chiusi come i RAS promettono produzioni ipercontrollate, si scontrano con costi di gestione proibitivi e fragilità operative. L’Africa, invece, offre condizioni naturali favorevoli e mercati pronti ad assorbire la produzione locale, con minori rischi e una maggiore sostenibilità economica e ambientale.

Se il mondo vuole davvero affrontare la sfida della sicurezza alimentare con soluzioni efficaci e accessibili, è tempo di guardare oltre i confini delle tecnologie iper-ingegnerizzate e di investire in modelli produttivi più resilienti. L’acquacoltura africana potrebbe essere la chiave per un futuro più sostenibile, e gli investitori attenti alle reali opportunità non dovrebbero lasciarsi sfuggire questa occasione.

Acquacoltura globale e sicurezza alimentare. Il futuro passa dall’Africa

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Tariffe USA sul seafood europeo, una minaccia per la filiera ittica

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Tariffe USA sul seafood europeo, una minaccia per la filiera ittica – L’amministrazione Trump sta valutando l’introduzione di nuovi dazi del 25% sui prodotti agroalimentari provenienti dall’Unione Europea, e il settore ittico è tra quelli che rischiano di subire i contraccolpi più significativi. Secondo un’analisi di RaboResearch, curata da Barend Bekamp e Hosang Wu, le ripercussioni di questa politica protezionistica potrebbero incidere pesantemente su aziende e lavoratori del comparto, riducendo la competitività del seafood europeo negli Stati Uniti.

Uno degli elementi centrali dello studio riguarda il salmone norvegese, che, sebbene sia originario della Norvegia, viene spesso lavorato all’interno dell’Unione Europea prima di essere esportato negli USA. La trasformazione e il confezionamento di questo prodotto avvengono in diversi paesi europei, contribuendo alla creazione di valore aggiunto e occupazione nel settore della lavorazione ittica. Tuttavia, con l’introduzione delle tariffe americane, il mercato potrebbe subire una forte battuta d’arresto. Il rischio più immediato è che i produttori norvegesi decidano di bypassare completamente l’Unione Europea e inviare direttamente il salmone agli Stati Uniti, evitando così di incorrere nei dazi. Questo scenario comprometterebbe il ruolo della filiera europea nella lavorazione e nell’export, con ripercussioni dirette su stabilimenti e occupazione.

L’effetto delle tariffe non si limiterebbe solo al salmone norvegese. Gli Stati Uniti potrebbero anche decidere di potenziare le importazioni di prodotti ittici da paesi non colpiti dai dazi, come Canada e Cile, riducendo ulteriormente lo spazio per le esportazioni europee. L’industria della trasformazione e distribuzione del seafood rischia di trovarsi davanti a un drastico calo della domanda, con conseguenze a catena su tutta la filiera. Se a questo si aggiunge la possibilità di un aumento della produzione ittica interna negli USA, che potrebbe diventare più competitiva rispetto ai prodotti europei, si profila uno scenario complesso in cui il seafood dell’UE rischia di perdere una fetta importante del mercato americano.

L’Italia, con il suo forte legame con il settore ittico e la trasformazione dei prodotti del mare, non sarebbe immune da queste dinamiche. Le aziende italiane esportano verso gli Stati Uniti una varietà di prodotti ittici, tra cui salmone affumicato e lavorato, conserve ittiche e crostacei preparati per il mercato estero. Il rischio concreto è che l’imposizione di dazi renda questi prodotti meno appetibili per gli importatori americani, spingendoli a rivolgersi a fornitori di altri paesi. Un mercato così importante, dove il Made in Italy ha sempre avuto un forte richiamo, potrebbe diventare improvvisamente ostile per le imprese italiane, mettendo a rischio fatturati e posti di lavoro.

Per il settore ittico italiano si prospettano sfide non indifferenti. Alcune aziende potrebbero tentare di assorbire i costi dei dazi riducendo i margini di guadagno, ma questa strategia è rischiosa e difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Altre potrebbero cercare di diversificare i mercati di sbocco, spostando parte delle esportazioni verso l’Asia o il Medio Oriente per compensare eventuali perdite negli Stati Uniti. Un’alternativa più strutturale potrebbe essere l’apertura di stabilimenti di trasformazione direttamente in territorio americano, evitando così l’imposizione dei dazi, ma si tratta di un’operazione che richiederebbe ingenti investimenti e una profonda riorganizzazione della produzione.

Le ripercussioni delle tariffe USA, tuttavia, non si fermerebbero al solo settore ittico. Una guerra commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti potrebbe avere effetti a cascata su tutto il commercio agroalimentare, con ritorsioni da parte dell’UE su prodotti americani strategici come la soia, ampiamente utilizzata nell’allevamento e nell’acquacoltura europea. L’eventuale aumento dei prezzi delle materie prime importate dagli USA potrebbe impattare anche il settore della produzione di mangimi, con conseguenze su tutta la filiera alimentare.

In questo scenario di grande incertezza, le aziende ittiche europee e italiane dovranno essere pronte a ripensare le proprie strategie per rimanere competitive. La partita si gioca su più fronti, dalla diplomazia commerciale agli investimenti industriali, fino alla capacità di trovare nuovi sbocchi di mercato. Se le tariffe diventeranno realtà, il settore ittico dell’UE dovrà affrontare una delle sfide più difficili degli ultimi anni, cercando di mantenere il proprio ruolo nel commercio globale senza perdere il valore aggiunto della trasformazione europea. Il Made in Italy ittico è pronto a difendersi da questa nuova tempesta tariffaria?

Tariffe USA sul seafood europeo, una minaccia per la filiera ittica

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Pesca, un’altra vittima dell’indifferenza della politica

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Pesca, un’altra vittima dell’indifferenza della politica – “Esprimiamo il nostro sgomento e la nostra rabbia per l’ennesimo incidente che è costato la vita a Giovanni Dell’Olio, 58 anni, lavoratore del mare. Mentre ci stringiamo attorno alla famiglia, ribadiamo la nostra denuncia per una situazione, non più sostenibile, che vede i nostri pescatori lottare contro il nemico invisibile dell’indifferenza. Indifferenza dei governi italiani che, a prescindere dagli schieramenti politici, ormai da 20 anni, continuano a ignorare le nostre richieste di emanazione dei decreti attuativi, specifici per la pesca, del testo unico sulla sicurezza. Indifferenza dell’Europa che, in nome di una sostenibilità ambientale oltranzista, si ostina a non consentire l’utilizzo dei fondi comunitari per ammodernare la flotta rendendola più sicura per gli equipaggi”.

Così la segretaria generale della Uila pesca Maria Laurenza commenta il naufragio del “Normandy“, peschereccio della marineria di Termoli, di cui Dell’Olio era comandante, ribaltatosi, nella serata di ieri, a seguito di un’avaria.

Pesca, un’altra vittima dell’indifferenza della politica

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Il salmone turco accelera nell’export

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Il salmone turco accelera nell’export  – Negli ultimi decenni, il salmone è diventato il re indiscusso del mercato ittico globale, simbolo di un’alimentazione sana e di una gastronomia sempre più orientata verso prodotti ricchi di proprietà nutrizionali. La crescente consapevolezza dell’importanza degli acidi grassi omega-3, unita alla versatilità di questo pesce in cucina, ha portato a un’impennata della domanda nei mercati internazionali.

Sebbene Norvegia, Cile e Scozia dominino tradizionalmente il settore dell’export di salmone, va segnalata una realtà che ta emergendo con numeri impressionanti: la Turchia. Il paese, fino a pochi anni fa marginale nel commercio internazionale del salmone, sta scalando posizioni grazie alla sua produzione nel Mar Nero. La capacità di adattamento dell’industria turca, supportata da investimenti tecnologici e condizioni ambientali favorevoli, ha reso possibile un incremento senza precedenti dell’export.

Nel 2024, le esportazioni di salmone del Mar Nero dalla Turchia hanno raggiunto le 100.000 tonnellate, generando un fatturato di 498 milioni di dollari. Questo risultato segna un aumento di 17 volte negli ultimi cinque anni, evidenziando il forte potenziale di crescita del settore. Tra i principali mercati di destinazione, la Russia si distingue con acquisti per 359 milioni di dollari, consolidando il proprio ruolo chiave nel commercio del salmone turco.

Il successo delle esportazioni è dovuto a una combinazione di fattori: condizioni ambientali favorevoli nel Mar Nero, investimenti in tecnologia per l’acquacoltura e un miglioramento nelle strategie di produzione e distribuzione. Tuttavia, è importante sottolineare che il salmone allevato in Turchia non appartiene alla stessa specie del salmone atlantico (Salmo salar). Il pesce esportato sotto il nome di “salmone turco” è in realtà Salmo Labrax, che nelle acque marine del Mar Nero sviluppa caratteristiche simili al salmone.

L’acquacoltura turca non si limita al salmone. Nel 2024, il branzino ha guidato le esportazioni ittiche con un fatturato di 570 milioni di dollari, seguito dall’orata con 508 milioni di dollari. Tuttavia, è il salmone del Mar Nero a registrare la crescita più rapida, consolidando la Turchia come un attore emergente nel settore.

Sebbene la Turchia non sia ancora tra i leader globali nell’export di salmone, il rapido aumento della produzione e la crescente domanda internazionale indicano che il paese potrebbe rafforzare la sua presenza nei mercati ittici mondiali. L’industria dell’acquacoltura turca sta cogliendo un’opportunità significativa per espandersi, offrendo un’alternativa competitiva ai salmone atlantici e pacifici grazie all’efficienza produttiva e alla qualità del pesce allevato nel Mar Nero.

foto: Erbay, M.
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