Gamberi svizzeri: l’acquacoltura d’alta quota che sfida oceani e pregiudizi

Gamberi svizzeri: l’acquacoltura d’alta quota che sfida oceani e pregiudizi

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Gamberi svizzeri: l’acquacoltura d’alta quota che sfida oceani e pregiudizi – Nel cuore della Svizzera, a Pratteln, esiste un luogo che potrebbe sembrare uscito da un racconto di fantascienza gastronomica: una struttura ad alta tecnologia dove si allevano gamberi d’acqua dolce in modo sostenibile, senza l’ombra di antibiotici o sostanze chimiche. Sì, proprio in una nazione senza sbocco sul mare, a 300 metri sopra il livello dell’oceano. Eppure, qui si produce una delle alternative più pulite e tracciabili ai frutti di mare importati che popolano abitualmente le tavole europee.

L’idea potrebbe sembrare bizzarra: gamberi “alpini” venduti a circa 80 franchi svizzeri al chilo, mentre quelli Black Tiger biologici, congelati e importati, costano quasi il 30% in meno. Ma la differenza non è solo nel prezzo. È una questione di visione.

Eco Prawn Farm rappresenta l’avanguardia dell’acquacoltura chiusa a ricircolo, dove ogni litro d’acqua viene trattato, purificato e reimmesso nel sistema. Qui non ci sono scarichi a mare, zero antibiotici, zero microplastiche e un impatto ambientale pressoché nullo. Le condizioni di allevamento, calibrate al dettaglio, garantiscono benessere animale, un prodotto freschissimo e una qualità che richiama alla memoria i sapori selvatici del passato.

Il paradosso è che, nonostante questi standard elevati, i consumatori svizzeri sembrano ancora esitanti. Secondo la psicologa dei consumi Mirjam Hauser, la causa va cercata nella distanza culturale tra immaginario tradizionale e innovazione tecnologica. Il pescatore sul lago, la mucca nei pascoli, il mercato contadino: sono queste le icone che ispirano fiducia. L’allevamento in vasca ipercontrollata, invece, ancora non seduce.

A complicare il quadro ci pensa anche l’etichettatura alimentare, troppo tecnica e poco narrativa. Quando un consumatore si trova a scegliere tra un gambero “bio del Vietnam” e uno svizzero “a ricircolo”, senza una spiegazione chiara e convincente, il prezzo spesso decide tutto.

Eppure, qualcosa si muove. I ristoratori più attenti stanno iniziando a proporre gamberi e pesci allevati localmente, consapevoli che la scelta di un ingrediente può orientare gusti e coscienze. L’acquacoltura elvetica, che oggi produce circa 1.200 tonnellate di trota e 500 kg di gamberi all’anno, è ancora una nicchia. Ma è una nicchia che guarda lontano, puntando su qualità estrema, rispetto per l’ambiente e tracciabilità assoluta.

Siamo forse di fronte a un nuovo paradigma, dove il prodotto non compete per quantità, ma per coerenza etica? Dove il “chilometro zero” si fa anche “microgrammo zero”? In un mondo stanco di eccessi e opacità, le piccole storie come quella di Eco Prawn Farm potrebbero diventare simboli potenti di una nuova normalità.

Una normalità dove anche in mezzo alle montagne si può allevare il mare.

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Cisint contro il divieto totale di pesca all’anguilla nel Mediterraneo

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Cisint contro il divieto totale di pesca all’anguilla nel Mediterraneo – La Commissione europea vorrebbe impedire ogni tipo di pesca all’anguilla nel Mediterraneo, comprese le forme ricreative e accidentali ed estendendo i divieti persino alle acque dolci, salmastre e lagunari.

Per fermare un’autentica forzatura di competenze e un’assurda serie di obblighi che potrebbero colpire un settore già in crisi, il parlamentare europeo Annamaria Cisint ha presentato alcuni specifici emendamenti che saranno oggetto di compromesso nelle prossime settimane.

La Cisint è infatti relatore ombra per il Gruppo “Patriot for Europe” sulle modifiche al Regolamento 2124 del 2023 relativo alla pesca nel Mar Mediterraneo.

“Ho subito denunciato come le acque interne non possano essere considerate area marina e non rientrino in alcun modo nel mandato assegnato alla Commissione Generale per il Mediterraneo – ha spiegato l’esponente della Lega -. Ho quindi sollecitato la ridefinizione del divieto ma anche la possibilità per gli Stati membri di consentire l’attività ricreativa, per la sola fase gialla, in condizioni rigidamente controllate e per piccole quantità. Se si vuole aiutare fattivamente questa specie vanno piuttosto rimosse le barriere artificiali dai fiumi che ne impediscono la risalita e combattere cormorani e pesci siluro”.

La Cisint ha pure evidenziato come “nell’Atlantico non vigano particolari restrizioni all’anguilla, anzi, ne viene praticata la cattura massiva delle cieche per poi esportarle su scala mondiale”. La Commissione vorrebbe quindi agire forzando ideologicamente la materia senza una preventiva modificazione della Direttiva Habitat o del Regolamento del 2007 sulla tutela dell’anguilla europea.

Cisint contro il divieto totale di pesca all’anguilla nel Mediterraneo

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Mitilla®  arriva nei ristoranti e nelle pescherie delle migliori GDO

Mitilla® arriva nei ristoranti e nelle pescherie delle migliori GDO

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Mitilla® arriva nei ristoranti e nelle pescherie delle migliori GDO – Mitilla® è finalmente disponibile nei ristoranti e nelle pescherie delle migliori GDO che vogliono abbracciare un concetto nuovo di qualità, più sostenibile, più trasparente, più consapevole.

Mitilla® dimostra ogni giorno di non essere una cozza qualunque perché non cresce sul fondo del mare, né si attacca a pali o reti costiere. Nasce sospesa tra cielo e mare, in blue vertical farm: una fattoria blu, dove ogni cozza si sviluppa in verticale, ancorata a corde immerse in profondità nelle acque classificate “A” di Pellestrina. Nessun mangime, nessun intervento chimico: solo correnti marine, ricchezza biologica e il lavoro silenzioso dei mitili, che filtrano fino a 120 litri d’acqua al giorno. Mitilla® non consuma: rigenera. Migliora la qualità dell’acqua, cattura CO₂, non consuma suolo, non altera l’ambiente. Una vera cozza rigenerativa, simbolo di un’acquacoltura che si fa sostenibile, replicabile e virtuosa.

Genny Busetto co-founder di Mitilla

Le cozze Mitilla® crescono in acque di categoria A, il massimo in termini di salubrità. Non necessitano di stabulazione o depurazione. Questo significa nessun passaggio in impianti energivori, nessun trasporto inutile, nessun uso di cloro o UV, nessuna perdita di gusto. Il risultato? Un prodotto naturalmente sano, pronto al consumo, dal sapore autentico, con una carbon footprint inferiore rispetto alle cozze di classe B che devono attraversare un’intera filiera di depurazione.

Mitilla® è una filiera corta, tracciabile, a basso impatto. Dietro ogni cozza c’è un progetto che mette insieme la sapienza secolare dei mitilicoltori di Pellestrina e la visione di un’acquacoltura del futuro: più pulita, più efficace, più umana. Ed è anche una storia di riconoscimenti: 100 Eccellenze Italiane Forbes 2020, Premio Visionari di Impresa 2024, Premiate Eccellenze Venete 2024, e il recente riconoscimento come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) del Ministero dell’Agricoltura. Mitilla® ha inoltre ottenuto la certificazione “Acquacoltura Sostenibile”, grazie a un sistema di monitoraggio rigoroso che valuta l’impatto ambientale, sociale ed economico dell’intero ciclo produttivo.

Mitilla® è buona, sana, e fa bene anche al pianeta.

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Vox Maris: il progetto che protegge il Mediterraneo dalle reti fantasma

Vox Maris: il progetto che protegge il Mediterraneo dalle reti fantasma

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Vox Maris: il progetto che protegge il Mediterraneo dalle reti fantasma – Ogni anno, tra le 500.000 e il milione di tonnellate di attrezzi da pesca finiscono negli oceani. Nel solo Mediterraneo si stima che circa 100.000 tonnellate di reti e altri strumenti vengono abbandonati o persi in mare, con gravi conseguenze per la biodiversità marina, l’economia ittica e la sicurezza della navigazione. Le cosiddette “reti fantasma” continuano a intrappolare e uccidere pesci e altre specie marine, danneggiano gli habitat sensibili e rappresentano una minaccia concreta per il futuro della pesca sostenibile.

In questo scenario si inserisce Vox Maris, il progetto sviluppato dalla BioDesign Foundation, organizzazione no-profit con sede a San Gallo, in Svizzera, che custodisce e rinnova l’eredità intellettuale e progettuale di Luigi Colani, tra i designer più influenti del XX secolo. L’iniziativa fornisce una soluzione concreta e replicabile al problema degli attrezzi da pesca a fine vita, integrando logiche di economia circolare e coinvolgendo attivamente le comunità di pescatori, le autorità portuali e l’industria del riciclo.

Vox Maris nasce per ridurre in modo significativo l’impatto ambientale della pesca commerciale e ripristinare al mare le condizioni per una rigenerazione reale e misurabile. Il progetto si articola in tre aree operative: Zero Reti in Mare, Zero Olio in Mare e il Progetto Life Save, tutte mirate a eliminare le esternalità negative della pesca industriale e a promuovere una gestione responsabile degli attrezzi da pesca.

Dal 2021, Vox Maris è attivo presso il mercato ittico di Chioggia, uno dei principali hub della pesca italiana. Qui è stato realizzato un sistema di raccolta e gestione dei materiali dismessi, coinvolgendo in maniera diretta i pescatori locali. Ad oggi, sono stati recuperati e trattati oltre 800.000 chilogrammi di reti da pesca , che altrimenti sarebbero finiti in mare contribuendo all’inquinamento da plastica e alla pesca fantasma.
Chioggia rappresenta solo l’inizio. In Italia esistono 272 porti di pesca e l’obiettivo della BioDesign Foundation è estendere il modello Vox Maris in tutto il Mediterraneo, un bacino marittimo che ospita circa 75.000 imbarcazioni da pesca e che ogni anno rischia di vedere disperdere in acqua decine di migliaia di tonnellate di reti sintetiche, in materiale plastico.

A supporto del progetto, la spedizione Phileas – la Vela dei Custodi rappresenta il motore educativo e divulgativo di Vox Maris. A bordo dell’imbarcazione, i team della BioDesign Foundation conducono workshop formativi e sessioni di sensibilizzazione rivolte ai pescatori, insegnando le pratiche di raccolta, conferimento e gestione degli attrezzi a fine ciclo.

I numeri legati alla dispersione degli attrezzi da pesca a livello globale e nel Mediterraneo sono drammatici:
• Circa 1 miliardo di dollari di danni annuali per l’industria ittica mondiale, secondo stime FAO.
• 5-10 milioni di tonnellate di pesce perse ogni anno a causa della pesca fantasma.
• 136.000 tra balene, foche, leoni marini e tartarughe marine rimangono uccisi ogni anno, intrappolati nelle reti abbandonate.
• Le reti sintetiche possono impiegare fino a 1.000 anni per degradarsi completamente, generando nel frattempo microplastiche che contaminano la catena alimentare e gli ecosistemi marini.

Vox Maris interviene su questa emergenza strutturale, proponendo una risposta concreta e replicabile, basata sulla sinergia tra tecnologia, innovazione sociale e responsabilità ambientale.

Il calendario Phileas 2024-2025 prevede tappe nei principali porti del Mediterraneo, tra cui Marina di Carrara, Fiumicino, Porticello, Mazara del Vallo e Malta, con l’ambizione di consolidare una rete di porti “custodi” impegnati attivamente nella tutela della biodiversità marina.

La filosofia che guida il progetto si rifà ai principi ispiratori di Luigi Colani, secondo il quale “non siamo mai stati in grado di essere migliori della natura”. La missione di Vox Maris è oggi quella di dimostrare che possiamo però essere alleati della natura, promuovendo una pesca sostenibile e tracciabile che tutela l’ambiente e garantisce un futuro solido all’intero comparto ittico.

Il messaggio rivolto alle imprese e alle comunità è chiaro: diventare Custodi del Futuro significa investire nella biodiversità come patrimonio collettivo e nel mare come risorsa comune da preservare. Vox Maris rappresenta una concreta opportunità per coniugare sostenibilità ambientale e sviluppo economico, restituendo valore a ogni attore della filiera ittica.

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La Cina cambia e il settore ittico globale si ridefinisce

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La Cina cambia e il settore ittico globale si ridefinisce – C’è un vuoto che si allarga nel cuore del più grande mercato ittico mondiale, e non è solo una questione di numeri. È un cambiamento strutturale, profondo, che tocca la pancia economica della Cina e si riflette su tutta la filiera globale del pesce. Secondo le stime della Rabobank, entro il 2030 la Cina potrebbe registrare un deficit commerciale ittico da 10 miliardi di dollari. Per un Paese che per decenni è stato tra i principali esportatori mondiali di pesce, si tratta di un’inversione di rotta che lascia il segno.

Le cause di questo squilibrio sono molteplici, ma si intrecciano principalmente con due forze epocali: la trasformazione demografica e la ridefinizione degli equilibri geopolitici. Due fenomeni apparentemente distanti che, combinati, mettono in crisi il motore produttivo di un settore chiave.

Sul fronte demografico, i numeri parlano chiaro. Negli anni ’60 ogni donna cinese metteva al mondo in media sei figli. Oggi il tasso di natalità è crollato a 1,09. Questo si traduce in un progressivo invecchiamento della popolazione: l’età media salirà da 29 anni nel 2000 a 52 anni nel 2050. E la fascia over 60 raggiungerà i 510 milioni di persone, l’equivalente dell’intera popolazione di Europa e Regno Unito.

Questa dinamica riduce drasticamente la forza lavoro disponibile, soprattutto nelle aree rurali dove storicamente si concentrano le attività di pesca e acquacoltura. L’urbanizzazione galoppante – si passerà da 550 milioni a 1,1 miliardi di abitanti nelle città entro il 2050 – aggrava la situazione, creando un vuoto operativo nelle campagne e nei distretti produttivi costieri.

Nel frattempo, però, il consumo di prodotti ittici continua a salire. La popolazione urbana ha gusti più salutisti, il pesce è sempre più richiesto. Le attuali fonti principali – pesca di cattura, allevamento di carpe e molluschi – generano ancora oltre 50 milioni di tonnellate l’anno, ma il loro potenziale si sta assottigliando. L’esaurimento delle risorse e la cronica carenza di manodopera stanno frenando la produzione.

L’allevamento di specie ittiche ad alto valore commerciale potrebbe rappresentare un’alternativa, ma anche qui emergono i limiti. L’affidamento costante a ingredienti come farina di pesce e soia per l’alimentazione degli animali pone un tetto alla crescita sostenibile del comparto.

Ecco perché la Cina si prepara ad assorbire sempre più pesce dall’estero, trasformando da produttore a importatore netto il suo ruolo storico. Questo cambiamento impone però una revisione della mappa commerciale. Dei primi dieci fornitori di prodotti ittici, solo la Russia è allineata con l’asse geopolitico cinese. Gli altri partner strategici – Stati Uniti in testa – sono oggi interlocutori complessi, se non apertamente ostili.

Per rispondere a questa vulnerabilità, Pechino sta riscrivendo i propri patti commerciali, spingendo sull’asse Sud-Sud. Aumentano le importazioni dal Sud-est asiatico, dall’Africa e dall’America Latina. Paesi come India, Vietnam, Ecuador e Indonesia sono al centro di un nuovo disegno di influenza, che unisce economia e strategia geopolitica.

Nel decennio in corso, la battaglia per il pesce sarà molto più di una questione di approvvigionamento. Sarà uno snodo cruciale per capire chi guiderà la catena del valore globale, tra chi produce, chi consuma e chi detta le regole. E con la Cina costretta a cercare fuori ciò che prima dominava in casa, per l’industria ittica mondiale si aprono nuove sfide e inedite opportunità.

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